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Carfagna sotto attacco Ma la solidarietà è bipartisan

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Carfagna sotto attacco Ma la solidarietà è bipartisan

Messaggio Da TOMMY's il Ven Lug 04, 2008 3:44 pm

Armeni e Gagliardi: nel mirino perché donna. Carra: fango giustizialista

Santanché: «Se una cretina arriva in un posto importante c'è vera parità. Non dico che la Carfagna sia cretina ma se lei è inadeguata lo sono anche tanti ministri uomini»

ROMA — «Mara Rosaria Carfagna dovrebbe dimettersi perché tutto sommato è un danno per il governo cui appartiene». D'accordo, le pagine sono quelle del Riformista, quotidiano di sinistra anche se mai ortodosso. Ma a scrivere è Filippo Facci, che di sinistra certo non è. Firma del Giornale, volto di Mediaset, autore della rubrica che sul quotidiano di Antonio Polito prende significativamente il nome di «Destri».

Fuoco amico. Sostiene Facci che le intercettazioni non c'entrano, ma che il ministro per le Pari opportunità rappresenta il «punto di non ritorno per un elettorato cui puoi propinare quasi tutto ma non tutto. Ha cominciato a fare politica nel 2006 e a metà del 2008 è diventata ministro: è troppo, punto». Via dal governo non per quelle telefonate che si addensano sul Palazzo ma perché inadeguata. Nello stesso giorno c'è anche il fuoco nemico. Arriva dal partito di Di Pietro con la firma di Massimo Donadi: «Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?». Non fa il nome della Carfagna, la donna che Berlusconi avrebbe voluto sposare, parole sue, se non ci fosse stata già Veronica. Ma di cosa parla si capisce benissimo. E a chiarire il tutto ci pensa Antonio Di Pietro in persona: «Sarebbe immorale se il presidente del Consiglio avesse nominato ministro una persona per ragioni diverse da quelle politiche». E aggiunge «il gossip politico fa male anche agli interessati, ma soprattutto ai coniugi degli interessati». Mara Carfagna è a Napoli e non risponde: «Non mi occupo di intercettazioni, di gossip, di stupidaggini. Non fanno parte della delega del mio ministero». Ma incassa la solidarietà di molte donne, anche a sinistra.

Alessandra Mussolini se la ride: «Ricordo più di un ministro per le Pari opportunità che scippava i disegni di legge a noi parlamentari. Noi studiavamo, e quelle si pigliavano gli applausi. Mara no. Ci ascolta, è umile. E poi fare il ministro è come fare la mamma: all'inizio non sai fare nulla, ma giorno dopo giorno impari». A colpire la Mussolini è stata una riunione che pochi giorni fa il ministro ha fatto alla Camera con tutte le parlamentari del Popolo della Libertà. «Ci ha illustrato — racconta Margherita Boniver — un eccellente progetto contro la prostituzione che, ispirato al modello britannico, vieta l'adescamento in luogo pubblico. Intelligente, equilibrata. Attenta ai suggerimenti e senza la falsa forza di chi vuole imporre la propria opinione». Certo, è anche solidarietà di parte. Verso una collega di partito e, di riflesso, verso il grande capo. Ma pure attraversando il fossato che un tempo divideva destra e sinistra c'è chi la Carfagna la difende. «Il paragone con la Lewinsky è una volgarità gratuita» dice la giornalista Ritanna Armeni che pure del ministro non ha condiviso tante cose, a partire dall'esternazioni sui gay. «E chiederne le dimissioni perché non ha esperienza — aggiunge — significa essere davvero strabici. Se andiamo a guardare gli ultimi governi non ricordo presidi al ministero dell'Istruzione, professori alla Giustizia o espertoni vari alla Difesa». Alla fine la storia è sempre quella: «Prendersela con le donne è sempre facile».

Condivide e sottoscrive Rina Gagliardi, ex parlamentare di Rifondazione: «Non ho alcuna ragione specifica per esprimere la mia solidarietà a questa signora ma sono sempre un po' sospettosa quando si attacca una donna. Non è adeguata al ruolo? Probabile. Ma perché, il ministro della Giustizia, che si occupa peraltro di cose un tantino più importanti, non è ornamentale anche lui?». Non sparate sulle donne. La scrittrice Lidia Ravera la pensa diversamente: «È un bersaglio fin troppo facile. La stellina tv diventa ministro perché cara al presidente, uno stereotipo, un po' mi fa pena poverina». Ma la sua è solo una premessa: «Va bene svecchiare la classe politica. Ma farlo cooptando le amiche e i figli degli amici è un insulto alle istituzioni».

La leghista Carolina Lussana invita ad aspettare: «Non conta da dove si viene, conta quello che si fa. Ed è ancora troppo presto per giudicare il lavoro della Carfagna. Lasciamola in pace e, per favore, evitiamo scivoloni come quel paragone sulla Lewinsky: è la dimostrazione che quando si arriva in un posto importante la tentazione della battuta facile e del pregiudizio non muoiono mai». Chiara Moroni, invece, se la prende con Facci, che è pure amico suo: «Liberissimo di pensare che un ministro non sia adeguato. Ma che per questo il ministro medesimo si debba dimettere, beh, mi sembra davvero che abbia una considerazione troppo elevata del proprio ruolo. Mara è brava e alla lunga tutti lo capiranno». Daniela Santanché, come capita spesso, sceglie la provocazione: «Quando una cretina arriva in un posto importante vuol dire che c'è vera parità. Non dico che la Carfagna sia cretina ma se lei è inadeguata lo sono anche tanti ministri uomini, presenti e passati. Solo che di loro nessuno dice niente. È il solito tiro al piccione contro le donne».

Ecco, e gli uomini che ne pensano? «Tutti i ministri di questo governo — dice il giornalista Marco Travaglio — sono scelti con lo stesso criterio, il totale servilismo verso il capo. Sono fotocopiatrici e almeno lei è una fotocopiatrice carina. O si dimette in blocco il governo oppure viva la Carfagna». Antonio Martusciello, di Forza Italia e campano come la ministra, torna alle origini del partito: «Siamo nati proprio per portare nel Palazzo chi non aveva a che fare con le vecchie liturgie della politica. Perché questo deve essere un difetto solo per lei?». Anche Enzo Carra torna indietro con la memoria. A quando lui, all'epoca portavoce della Dc, fu portato in manette in tribunale: «Poveretta, qua si mesta nel fango. E questo è giustizialismo. Anzi, se permettete, manettismo».


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