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    Messaggio Da TOMMY's il Mar Ago 19, 2008 9:14 pm

    Signal
    Titolo originale: The Signal
    USA: 2007. Regia di: David Bruckner, Jacob Gentry, Dan Bush Genere: Horror Durata: 101'
    Interpreti: Anessa Ramsey, A.J.Bowen, Justin Welborn, Scott Poythress
    Sito web: www.doyouhavethecrazy.com
    Nelle sale dal: 22/08/2008
    Voto: 6

    Recensione di: Nicola Picchi


    L’Apocalisse
    prossima ventura sembra essere tornata di gran moda e, poco dopo i
    lemmings suicidi di M. Night Shyamalan, arriva questo “The Signal”,
    prodotto indipendente già passato lo scorso anno al solito Sundance.
    Tutte le radio, i cellulari e i televisori della città di Terminus,
    nome che s’immagina non casuale, trasmettono un segnale ipnotico, che
    causa una psicosi di massa. Invece di porre fine alla propria vita, le
    persone influenzate dalla misteriosa interferenza preferiscono
    toglierla agli altri, preferibilmente in maniera cruenta e dolorosa.
    Mentre nel film di Shyamalan gli attori cercavano di conformare la
    propria espressività a quella della flora che ne tramava l’estinzione
    (forse un’imprevedibile astuzia mimetica), e gli unici momenti
    folgoranti erano dedicati ai compassati suicidi, in “The Signal”, opera
    di pretese assai più basse e che sconta evidenti limiti di budget, a
    funzionare è proprio il terzetto di protagonisti di cui seguiamo le
    disavventure. Attraverso tre “trasmissioni” (Crazy in love, The
    Jealousy monster e Escape from Terminus), firmate da tre registi
    diversi, “The Signal” racconta la storia di Mya che, afflitta dal
    gelosissimo marito Lewis, ha una relazione clandestina con Ben. Alla
    vigilia del Capodanno, tornando a casa, nota che gli abitanti del suo
    condominio, a cominciare dal marito, iniziano a comportarsi stranamente
    e ad utilizzare in modo improprio mazze da baseball, cesoie da
    giardino, vanghe e quant’altro, e non ci mette molto a capire che c’è
    qualcosa che non va; decide così di lasciare la città, mentre i due
    uomini si mettono sulle sue tracce.
    I riferimenti partono dal prototipo del genere, “La città verrà
    distrutta all’alba”, e arrivano fino a “28 giorni dopo”, mentre la
    coincidenza con “The Cell” di Stephen King appare casuale, perché i due
    prodotti erano in gestazione contemporaneamente. Ma agli autori non
    interessa fare un cinema “politico” alla Romero, bensì raffigurare
    un’Apocalisse contemporanea, ovvero priva del versante escatologico, in
    bilico tra gore e humour nero che finisce per non essere né horror né
    commedia, creando un miscuglio dal sapore inusuale.
    L’inizio del film rientra perfettamente nei canoni del genere, e può
    vantare qualche scena indovinata, come quella dell’omicidio visto
    attraverso lo specchietto retrovisore, ma la parte centrale, diretta da
    Jacob Gentry, ha più della black comedy, con l’impagabile personaggio
    che, incurante dei cadaveri sparpagliati un po’ dappertutto, si
    presenta alla festa augurandosi di rimorchiare una ragazza per
    festeggiare degnamente il Capodanno. Eppure anche questo supposto
    alleggerimento si rivela ingannevole, dato che l’umorismo sterza
    bruscamente, e la tranche finale è considerevolmente più cupa, vantando
    persino qualche inquadratura rubacchiata da “Kairo” di Kurosawa
    Kiyoshi, mentre il finale rimane volutamente ambiguo.
    Girato in digitale in due settimane, con un budget inferiore ai 5
    milioni di dollari (bassissimo per gli standard americani), “The
    Signal” è interpretato da attori semisconosciuti di Atlanta, che
    riescono a tener sempre desta l’attenzione anche durante le inevitabili
    cadute di tono.
    In particolare Anessa Ramsey, nella parte di Mya, e Justin Welborn, in
    quella di Ben, sono una spanna sopra agli altri, riuscendo nella non
    trascurabile impresa di far appassionare lo spettatore alla loro sorte.

    Una caratteristica elementare ma fondamentale per questo genere di
    film, e una cosa in cui “E venne il giorno” falliva completamente,
    sciorinando dialoghi che, tra tiramisù clandestini ed avvenenti
    farmaciste erano sì un’Apocalisse, ma della sceneggiatura.



    _________________
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