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    The Hurt Locker

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    TOMMY's
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    The Hurt Locker

    Messaggio Da TOMMY's il Gio Set 25, 2008 8:12 pm

    The Hurt Locker
    Titolo originale: The Hurt Locker
    USA: 2008. Regia di: Kathryn Bigelow Genere: Drammatico Durata: 127'
    Interpreti: Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse, Jeremy Renner, Christian Camargo, Brian Geraghty, Sam Redford, Kate Mines
    Sito web:
    Nelle sale dal: 10/10/2008
    Voto: 7,5


    Recensione di: Denis Zordan


    La realtà quotidiana della guerra in Iraq raccontata attraverso le vicende
    di alcuni artificieri dell’esercito americano. Il personaggio
    principale è il sergente William James (Jeremy Renner, già visto in
    S.W.A.T.), autentico recordman nel disinnescare bombe con uno sprezzo
    del pericolo altissimo, pari alla sua (solo apparente) incoscienza. Una
    volta tornato a casa, accanto a moglie e figlio, non riuscirà a
    sottrarsi al desiderio di ritornare volontario in Iraq.
    The Hurt Locker (il titolo originale si riferisce alla cassetta in cui
    vengono riposti i poveri resti di coloro che muoiono tentando di
    disinnescare un ordigno) è il film che segna finalmente il ritorno di
    Kathryn Bigelow, più che mai in forma dopo alcune prove minori non
    troppo convincenti. C’è da chiedersi perché, in sede veneziana dove The
    Hurt Locker era in concorso, una parte della critica si sia pronunciata
    contro questo film, definendolo con aggettivi sprezzanti, “bushista”,
    guerrafondaio, “machista”. Un travisamento che dà da pensare, visto e
    considerato che la regista ha dichiarato esplicitamente in conferenza
    stampa di aver fatto “un film contro la guerra in Iraq”.
    Mettiamo un po’ di ordine. The Hurt Locker è uno sguardo lucido sulla
    realtà della guerra, ma dal di dentro, nei meccanismi psicologici che
    mette in moto nei soldati. Più che guardare ai loro torti o ragioni (o
    ai torti e ragioni dell’America in guerra), Bigelow s’interroga sul
    come e perché la guerra riesca a modellarne aspirazioni e scelte, fino
    al punto di distoglierle dal naturale corso della vita (il sergente
    James è una persona assennata, ha una vita normale, non è un disperato
    né un nazionalista fanatico, tanto meno un sanguinario) e indirizzarle
    verso il sacrificio di sé. Gli aspetti meno interessanti del film sono
    quelli in fondo già visti (la sequenza dell’attacco nel deserto,
    l’idiozia del colonnello che si esalta per il numero incredibile di
    bombe disinnescate dal sergente o l’incipit con Guy Pearce, costruito
    su una suspense più tradizionale), mentre a poco a poco affiora
    viceversa un sentimento di sgomento, d’inquietudine che cova sotto la
    superficie.
    James preferisce infatti l’assurdo mestiere dell’artificiere alle gioie
    della vita borghese con la famiglia – in tal senso la scena della spesa
    al supermercato, con il protagonista che si ritrova di fronte decine e
    decine di marche diverse di corn flakes tra cui scegliere, più che come
    una banale critica alla società dei consumi, è da intendere come una
    sintesi semplice ed efficace del suo stato di disagio – e non sa
    perché. Egli non sa perché fa quello che fa, non sa perché è quello che
    è (in un momento di sconforto è proprio lui a dirlo al commilitone che
    desidera tornare a casa per vivere una vita normale, lontano da quelle
    strade di morte: “Do you know why I am what I am…?” ….”Er… No…” è la
    risposta, dolente, del compagno).
    Film al contempo realistico e allucinato sulle pulsioni più profonde
    che ci portano all’azione, The Hurt Locker è un film sulla dannazione e
    la disperazione di portare la guerra dentro di sé, scevro dai futili
    pacifismi o da considerazioni idealistiche sull’essere umano. Kathryn
    Bigelow, pur con uno sguardo talora parziale, rileva la contraddizione
    che anima gli uomini come James, insieme intelligenti e alienati, e
    sceglie coerentemente di non dare soluzioni agli spettatori: il ritorno
    del sergente al fronte (se di “fronte” si può parlare) è la
    dimostrazione di un enigma non sciolto (e forse anche questo ha
    contribuito ad irritare la critica benpensante), di una sorta di
    richiamo della foresta che non si spegne nell’animo umano.
    Sarebbe riduttivo, pertanto, fermarsi alla lettera delle dichiarazioni
    della regista: The Hurt Locker vibra di un’intensa malinconia, di
    un’impossibilità di essere normali che non si può liquidare come la
    semplice paura di una vita ordinaria.
    Il film non va letto in chiave ideologica, semmai in senso
    antropologico, come il racconto dell’impotenza a dominare completamente
    il proprio intimo sentire. Ed è, in tal senso, e nella sua ambiguità,
    un film sommessamente tragico sulle oscurità dell’animo umano.
    Uno dei più dolenti e misconosciuti della rassegna veneziana di quest’anno.




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